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Oltre la crisi alimentare

di Gianluca Sadun Bordoni
La deludente conclusione del vertice della Fao sulla sicurezza alimentare, svoltosi a Roma dal 3 al 5 giugno, apre inquietanti interrogativi, che concernono nell’immediato l’emergenza alimentare mondiale, ma più in generale le difficoltà della cosiddetta ‘governance’ globale.
Essa è stata invocata a più riprese, e da più parti, nel corso del vertice, ma con l’unico risultato di farne risaltare l’assenza. E’ chiaro che governare il cambiamento globale richiede un’organizzazione della società internazionale che oggi non c’è. Gli Stati Uniti - la “lonely superpower” - non sono in grado di offrirsi come perno di un nuovo ordine mondiale, né tantomeno è in grado di farlo l’Europa.

 
Sarkozy e Chirac, tra inflazione e PAC

di Tommaso Aquilante
Pensavamo di esserci liberati del miope “francesismo” dei francesi.
Per anni grazie a Jacques Chirac non siamo riusciti a ridurre l’ingente quantità (circa il 45% del bilancio UE) trasferimenti, spesso distorsivi e controproducenti, destinati all’agricoltura. Ha finito il suo mandato senza permettere nessun cambiamento in modo da non accollarsene “la colpa”. Come per dire: “è un problema di Bruxelles…”.
Poi è arrivato Nicolas Sarkozy. Molti lo hanno salutato con favore. Certo meglio del suo predecessore. Ma Sarkozy, in barba alle molte promesse, che gli avevano fatto guadagnare l’appellativo de “l’americano”, ha cominciato a fare subito il francese. Difesa dei campioni nazionali, commissione Attali… ma soprattutto i ripetuti attacchi alla BCE.
Sono mesi che invoca, irresponsabilmente, un taglio dei tassi contestando la politica monetaria dell’area euro. Non so chi gliele abbia consigliate certe cose ma dovrebbero dirgli che un taglio dei tassi può ridurre la disoccupazione solo nel breve periodo e solo attraverso la creazione d’inflazione.
Visti i numeri sui prezzi delle derrate agricole e la cavalcata del petrolio non mi sembra il caso ridurre tassi. Ma Nicolas sembra dire: “è un problema di Francoforte…”.
Una volta Bruxelles, una volta Francoforte. Tra inflazione e PAC, nulla è cambiato tra Sarkozy e Chirac.

 
Turchia in bilico

di Gianluca Sadun Bordoni
Proprio mentre la Turchia ha confermato il suo ruolo strategico nell’intricata questione mediorientale, favorendo la ripresa del dialogo tra Israele e Siria, dall’Europa giunge un altro segnale negativo per quanto riguarda il futuro delle relazioni tra Ankara e Bruxelles. L’Assemblea Nazionale francese ha infatti approvato, il 28 maggio, un emendamento al progetto di riforme istituzionali in discussione, che rende obbligatorio un referendum per accogliere, all’interno dell’Unione Europea, paesi che abbiano più del 5% dei suoi abitanti, e che è chiaramente mirato contro la Turchia.
Rendendo costituzionalmente impossibile la via della ratifica parlamentare, si può temere che tale norma riduca al lumicino le possibilità dell’ingresso della Turchia nella Ue, dati i precedenti referendari in Francia e l’ostilità diffusa per l’allargamento.
Ciò accade mentre, com’è noto, anche i rapporti della Turchia con l’America risentono di difficoltà crescenti, dovute alla questione curda e ai rapporti di Ankara con l’Iran. Ciò suscita almeno oltreoceano attente riflessioni: come scrive Stephen Larrabee in Turkey as a U.S. Security Partner (uno studio per la RAND Corporation, 2008) “per la prima volta da decenni, i rapporti turchi sia con Washington che con Bruxelles sono tesi allo stesso tempo. Il simultaneo deterioramento delle relazioni con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea ha rinforzato un crescente senso di vulnerabilità e nazionalismo in Turchia”.
Sembra invece che in Europa, e in Italia, la possibilità di ‘perdere’ la Turchia, consegnandola all’Islam, non susciti preoccupazione alcuna. Possiamo solo sperare che il nuovo Ministro degli Esteri, On. Frattini - che ha invece sempre mostrato attenta comprensione del problema - indichi alla politica estera del nostro paese la strada giusta.

 
Sicurezza oggi vuol dire soprattutto controllo dell'immigrazione

di Gianmario Mariniello
Razzisti. Xenofobi. Sono stati aggettivi centinaia di volte sono state rivolte a esponenti politici - di ogni colore politico - quando hanno "osato" proporre misure forti contro l'immigrazione clandestina.
L'incapacità della sinistra - sanzionata dagli elettori - di entrare in sintonia con le ansie ed i problemi dei cittadini, la non conoscenza effettiva del territorio ha spinto gran parte della classe dirigente del nostro Paese a sottovalutare il link reati-immigrazione clandestina.
Eppure il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono immigrati clandestini, ha "svelato" Antonio Manganelli, Capo della Polizia, alle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato.
 Ma se al Sud i reati commessi da clandestini incidono relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per cento».
Ma come entrano i clandestini nel nostro Paese? «Solo il 10 per cento attraverso gli sbarchi a Lampedusa, mentre il 70 per cento arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio».
Numeri che testimoniano inequivocabilmente il disastro nel controllo dell'immigrazione. Un problema sottovalutato, specie negli ultimi due anni. Per cui le "misure forti" invocate da molti non appaiono più come razziste. Ma sono semplicemente realistiche. E necessarie.

 
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